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Cara Catastrofe

Categorie No-Home, Spettacoli

 di V. Rubini e E. Forlino

regia Elena Forlino

con Laura Formenti

 

Ecuba, la regina di Troia trascorre la vita tra lussi sfrenati, body di Chanel, creme di Guerlaine, parrucche e toyboy con cui sfoga la sua folle libido; è madre di Polissena, un’adolescente vegana, ribelle che crea non pochi problemi e di Cassandra, affetta dalla sindrome di Down e rinchiusa in un centro diurno. La vita perfetta della regina viene sconvolta dall’assalto a Troia, che la farà precipitare in una impietosa tragedia solitaria.
Cara Catastrofe è il primo capitolo di una trilogia immaginata da Elena Forlino e scritta a quattro mani con Valentina Rubini, dedicata a tre delle più enigmatiche e misteriose figure femminili della tragedia Greca: Ecuba, Antigone e Fedra.
Tra toni provocatori, battute imbarazzanti e scene marcatamente pop (a tratti psichedeliche) , lo spettacolo è cucito come un vestito di alta moda sulla “nostra” Ecuba, messa a nudo fino al punto di mostrare le pieghe più nere dell’animo umano. Una rivisitazione postmoderna della tragedia, con incursioni ispirative legate alla letteratura di autori come Palahniuk, Welsh,Leroy, Isabella Santacroce e immaginari visivi frutto dell’ossessione per le grandi Dive di un tempo e per la cultura pop.

“Ci sono uscite di scena che sono come i grandi finali di una sinfonia, maestosi e pieni di cori angelici”.

 

Nota dell autrici

“Dà fastidio, forse troppo.” È ciò che ci siamo dette quando, dopo le prime prove, iniziava a prendere forma il personaggio di Ecuba, che avevamo pensato esattamente come ci appariva davanti agli occhi sul palco. Si stava materializzando questa donna, regina prima di tutto, poi madre. Insensibile, superba, cinica, immersa in lussi, creme e gioielli, assuefatta da se stessa, antipatica certamente. Ma c’era di più. In Ecuba abbiamo intravisto la possibilità di parlare a tutte le donne. La regina troiana ci ha permesso di essere sincere nell’affrontare alcuni temi che restano tutt’oggi dei grandi tabù. Primo fra tutti il desiderio di perfezione che alberga in ogni esere umano. Ognuno di noi, nel profondo dell’anima, desidera, ha desiderato o desiderava una vita perfetta. Poi abbiamo fatto i conti con la realtà che certamente non risparmia nessuno e anziché urlare contro il destino o contro dio, ci siamo rassegnati: la nostra non può essere una vita perfetta. È normale che sia così.
La nostra regina non ha ceduto alla rassegnazione, ha scavalcato i luoghi comuni anche a costo di compiere atti riprovevoli, come quello di rinchiudere la figlia disabile in un centro diurno affinché «nessuna piaga intocchi la nostra famiglia» o sposare il re Priamo solo per arrivare alla grande bellezza sempre desiderata.
Leggendo con attenzione le tragedie di Euripide “Ecuba” e “Le troiane” , abbiamo percepito l’esistenza di un mostro dentro la regina: una spinta incontrollata alla conservazione di ciò che rappresenta essere regina, ricca e potente donna di Troia, anche a costo di lacerare ogni rapporto ‘d’amore’.
Ci siamo innamorate della grande catastrofe che avvolgeva Ecuba, che per noi non consisteva tanto nella guerra che avrebbe distrutto Troia e fatto migliaia di morti, bensì nella sua solitaria e inesorabile processione verso una vita im-perfetta. Ci siamo chieste chi, oggi, avrebbe potuto essere Ecuba.
Una grande ispirazione ci giunta dal film La grande bellezza, così come da altre fonti cinematografiche, da Mammina cara di Frank Perry a Sunset Boulevard di Billy Wilder, straordinarie pellicole che puntano un focus sulla tristezza di personaggi tormentati che non sono riusciti a scendere a compromessi con la realtà. Altre fonti su cui abbiamo lavorato sono state letterarie: a parte il teatro greco, restano nello spettacolo echi di C. Palhaniuk (Invisible monster), j.c. Oates (Sorella mio unico amore) e I. Welsh (Porno).
Il lavoro sulle tragedie greche è stato un trampolino per trattare anche il tema del rapporto madre-figlia, che nello spettacolo ha preso sempre più piede, divenendo quasi il tema centrale della storia. Cassandra e Polissena si sono trasformate in due personaggi muti, ma presenti nella vita di Ecuba, una madre che – finalmente – rompe il dettame culturale della madre premurosa e amorevole e ammette perfino di odiare le figlie. In questo senso Ecuba ci è parsa davvero catartica.
Un’Ecuba disgustosa per certi versi, ma fragile e sincera nel suo rapporto con la vita e con la morte. Un personaggio difficile, controverso, ma allo stesso tempo affascinante e, sotto sotto, da amare.
E’ stato facile porre Ecuba nella cultura e nell’estetica postmoderna, data la sua straordinaria vicinanza con la condizione umana sempre più individualista e incline alla solitudine come unica risorsa per affrontare la catastrofe.
Lo stile della scrittura e della regia seguono la frammentarietà del vivere di Ecuba e dei suoi rapporti umani, sempre in bilico tra realtà e finzione, tra eccesso e sottrazione, tra amore e odio. Le scene non seguono un andamento temporale lineare, ma oscillano tra presente e passato, tra vita perfetta e tragedia, fino a sovrapporsi in un unico testamento finale.